METTERE DIO AL CENTRO

Parole di Benedetto XVI alla Chiesa in Svizzera


Dal 7 al 9 novembre 2006 Papa Benedetto XVI ha incontrato, a conclusione della loro Visita ad limina, i vescovi svizzeri. In questo volume sono raccolte le sue parole accompagnate da alcuni commenti. Viene così messo in luce come il Papa, pur accennando a questioni particolari, proprie della Chiesa in Svizzera, abbia chiaramente voluto sottolineare l'importanza di "mettere Dio al centro" di ogni impegno ecclesiale.
Ciò si traduce nella priorità della fede, nella necessità del rapporto personale con Gesù Cristo, nel modo di intendere la liturgia e di affrontare le grandi questioni morali e pastorali del nostro tempo.

SOMMARIO

La priorità della fede
Arturo Cattaneo

Il senso di una priorità

Cause e manifestazioni dell'odierna crisi di fede

Due punti cruciali credere in Dio e «insieme con la Chiesa»

Come ravvivare la fede

La fede ci permette di percepire la grandezza dell'amor di Dio

La vera fede è operativa

La fede deve essere missionaria

Il senso di una priorità

La Svizzera è, sotto tanti punti di vista, uno dei paesi più ricchi, più organizzati, più sicuri e più civilizzati del mondo. Ma accanto – o all ’interno – di questo benessere, di cui gode tanta gente nel nostro paese e del quale non possiamo che rallegrarci, esiste anche – nel cuore e nella vita delle persone – una povertà spirituale altrettanto diffusa. È evidente che il benessere materiale, di per sé, non favorisce la crescita spirituale. L ’abbondanza di beni materiali può anzi favorire un certo disinteresse o apatia per i valori dello spirito, quasi come se, in fondo, non ci fosse più bisogno di Dio.
Benedetto XVI è sicuramente un grande esperto circa i mali spirituali che affliggono l ’Occidente, e la Svizzera. Nei suoi interventi non si è però limitato a denunciare la precarietà in cui versa anche la nostra Chiesa, e tanto meno si è lasciato prendere da un atteggiamento recriminatorio. Consapevole che alla radice di tante difficoltà, incapacità o fallimenti sta una crisi di fede, egli ci ha soprattutto offerto validi spunti per rafforzare o ravvivare la nostrafede, richiamando con forza la necessità di rimettere Dio al centro e di riscoprire che credere in Lui significa vivere «davanti a Lui e in vista di Lui», «con Lui e da Lui». Oggi è infatti più che mai necessario che «questa centralità di Dio» appaia «in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare ed operare» (Discorso inaugurale).
Già nell ’omelia, egli aveva ricordato che «in tutto il travaglio del nostro tempo, la fede deve veramente avere la priorità». In un mondo in cui «Dio è assente» e la fede è spesso sostituita da un «impegno per gli uomini», credo – ha sottolineato il Papa – «che sia importante prendere nuovamente coscienza del fatto che la fede è il centro di tutto», dato che è proprio la fede che darà al nostro impegno la necessaria «luce interiore e l ’anima di tutto». È quindi di primaria importanza rafforzare la nostra fede e far sì che sia «presente nella sua abbondanza».
Benedetto XVI è certamente al corrente dei problemi strutturali e disciplinari con cui, da qualche decennio, la Chiesa in Svizzera viene a confrontarsi. Nei suoi interventi non è mancato qualche cenno anche ad essi (per esempio alla giusta concezione e celebrazione della liturgia), ma egli ha chiaramente voluto porre l ’accento su di un altro tema, quello appunto della centralità di Dio, che si traduce concretamente nella priorità della fede e nell ’importanza del rapporto personale con Gesù nella preghiera. Questa «scelta» del Papa non è certamente casuale, ma profondamente meditata e fortemente voluta, come palesano i suoi tre interventi. Ciò costituisce, di per sé, un insegnamento – frutto della sua sollecitudine di buon pastore – per il quale non possiamo che essergli grati e di cui dobbiamo far tesoro.
Prima di esaminare gli spunti offerti dal Papa, affinché la fede sia – sono parole sue – «il centro di tutto», vediamo come egli ha evidenziato le principali difficoltà che oggi si frappongono a tale obiettivo

Cause e manifestazioni dell'odierna crisi di fede

Il Papa ha fatto notare che viviamo in un mondo nel quale, «di fatto Dio è assente» e «la fede della Chiesa sembra una cosa del lontano passato» (Discorso inaugurale). Nell ’omelia ha spiegato poi, in modo breve ma perspicace, come il materialismo pratico renda gradualmente l ’uomo ottuso o insensibile di fronte al divino, per cui egli si troverà ad avere grande difficoltà a sviluppare la fede: «Quando l ’uomo è occupato interamente col suo mondo, con le cose materiali, con ciò che può fare, con tutto ciò che è fattibile e che gli porta successo, con tutto ciò che può produrre o comprendere da se stesso, allora la sua capacità di percezione nei confronti di Dio s ’indebolisce, l ’organo volto a Dio deperisce, diventa incapace di percepire ed insensibile. Egli non percepisce più il Divino, perché il corrispondente organo in lui si è inaridito, non si è più sviluppato. Quando utilizza troppo tutti gli altri organi, quelli empirici, allora può accadere che proprio il senso di Dio si appiattisca; che questo organo muoia; e che l ’uomo, come dice san Gregorio, non percepisca più lo sguardo di Dio, l ’essere guardato da Lui – questa cosa preziosa che è il fatto che il suo sguardo mi tocchi!» (Omelia). Vedremo poi i suggerimenti del Papa, affinché l ’uomo sappia rivalutare tale organo, ossia ravvivare la fede.
A questa diffusa e attuale «insensibilità» di tante persone di fronte al Divino il Papa si era riferito nell ’omelia tenuta a Monaco di Baviera il 10.IX.06 nel suo ultimo viaggio pastorale. Vale la pena di ricordare quanto allora egli fece notare, commentando il passo del Vangelo che racconta la guarigione di un sordo muto da parte di Gesù: «Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l ’uomo in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una debolezza d ’udito nei confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente, non riusciamo più a sentirlo – sono troppe le frequenze diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al nostro tempo. Con la debolezza d ’udito o addirittura la sordità nei confronti di Dio si perde naturalmente anche la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. Così, però, viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir meno di questa percezione viene però circoscritto poi in modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto con la realtà. L ’orizzonte della nostra vita si riduce in modo preoccupante».
Sulla difficoltà dell ’uomo di oggi ad avere un rapporto personale con Dio e a percepirne la costante vicinanza, aveva riflettuto spesso il cardinale Ratzinger, osservando che Dio è diventato per molti un Dio lontano, un Dio astratto. Per esempio in un articolo apparso sulla rivista «30 Giorni» (febbraio 1993) egli affermò: «Io sono convinto che oggi il deismo – cioè l ’idea che Dio può esistere, ma non entra finalmente nella nostra vita – è presente non solo nel mondo cosiddetto secolarizzato, ma è determinante fino a una misura pericolosa, direi, nell ’interno delle Chiese e della nostra vita di cristiani» (p. 76). Esiste infatti una diffusa tendenza a pensare che tutto quanto facciamo sia affare nostro e che per Dio, se esiste, non può avere importanza. La conseguenza è di costruire un mondo senza contare sulla realtà di Dio. Ma allora l ’uomo perde di vista anche la sua grandezza, la sua dignità e tutto diventa manipolabile, portando con sé ogni sorta di decadimento morale. Non è quindi difficile comprendere perché il Papa insista tanto sulla necessità di riscoprire la fede nel Dio vivente che si è incarnato in Gesù Cristo. «Se viviamo sotto gli occhi di Dio e se Dio è la priorità della nostra vita, del nostro pensiero e della nostra testimonianza, segue il resto» (ibid., p. 77).
Nel discorso inaugurale della Visita ad limina Benedetto XVI ha poi menzionato un ’altra difficoltà o minaccia per la fede. Si tratta di quella che potremmo chiamare la tentazione di ridurre o di sostituire la fede, che è anzitutto – e radicalmente – un impegno nei confronti di Dio, con un impegno umanitario. In tal senso, «ci si dà da fare per compiere mediante l ’impegno per gli uomini, per così dire, contemporaneamente anche il proprio dovere verso Dio. Questo, però, è l ’inizio di una specie di ‘giustificazione mediante le opere ’: l ’uomo giustifica se stesso e il mondo in cui svolge quello che sembra chiaramente necessario, ma manca la luce interiore e l ’anima di tutto».
L ’illusione di una «giustificazione mediante le opere» è l ’errore ripetutamente segnalato da Paolo nelle sue lettere, nelle quali sottolinea la contrapposizione fra la «legge delle opere» e la «legge della fede» (cfr. per es. Rm 3,27-28). Ma, potremmo chiederci, perché contrapporre fede e opere? In effetti, la fede dovrebbe manifestarsi nelle opere, come insegna il NT quando dice che «la fede senza le opere è morta» (Giac 2,26), e che Dio «renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rm 2,7; cfr. anche Ap 20,13). Le «opere» a cui si riferisce san Paolo, ed il Papa, sono quelle prive della «luce interiore» e non animate dalla carità. Luce e carità, che ci sono donate da Dio, e che conferiscono valore soprannaturale, santificante, alle nostre opere.
Il Papa ha inoltre osservato che è la fede «ciò che anima le attività che, in caso contrario, possono facilmente decadere in attivismo e diventare vuote». E un po ’ più avanti il Pontefice ha aggiunto: «Lo vediamo anche oggi in modo molto chiaro: lo sviluppo, là dove è stato promosso in modo esclusivo senza nutrire l ’anima, reca danni. Allora le capacità tecniche crescono, sì, ma da esse emergono soprattutto nuove possibilità di distruzione. Se insieme con l ’aiuto a favore dei Paesi in via di sviluppo, insieme con l ’apprendimento di tutto ciò che l ’uomo è capace di fare, di tutto ciò che la sua intelligenza ha inventato e che la sua volontà rende possibile, non viene contemporaneamente anche illuminata la sua anima e non arriva la forza di Dio, si impara soprattutto a distruggere» (Discorso inaugurale).
A proposito della «giustificazione mediante le opere», risulta chiarificante quanto affermato dalla Dichiarazione ufficiale comune della Federazione luterana mondiale e della Chiesa cattolica sulla dottrina della giustificazione del 16 giugno 1998: «Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell ’opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere» (n. 15). Di conseguenza, chiarisce anche lo stesso documento, «quando i cattolici affermano che l ’uomo, predisponendosi alla giustificazione e alla sua accettazione, ‘coopera ’ con il suo assenso all ’azione giustificante di Dio, essi considerano tale personale assenso non come un ’azione derivante dalle forze proprie dell ’uomo, ma come un effetto della grazia» (n. 20).
Il Papa ha inoltre accennato ad un altro pericolo che minaccia la fede cattolica. Si tratta della tendenza, oggi sempre più diffusa, di «scegliere per sé, dall ’insieme della fede della Chiesa, le cose che si ritengono ancora sostenibili oggi». È questo uno dei punti cruciali sul quale il Papa ha offerto – come ora vedremo – degli spunti di indubbio valore.

Due punti cruciali credere in Dio e «insieme con la Chiesa»

Benedetto XVI si è soffermato a chiarire due aspetti della nostra fede che considera cruciali. «Primo: la fede è soprattutto fede in Dio. Nel cristianesimo non si tratta di un enorme fardello di cose diverse, ma tutto ciò che dice il Credo e che lo sviluppo della fede ha svolto esiste solo per rendere più chiaro alla nostra vista il volto di Dio. Egli esiste ed Egli vive; in Lui crediamo; davanti a Lui, in vista di Lui, nell ’essere-con Lui e da Lui viviamo. Ed in Gesù Cristo, Egli è, per così dire, corporalmente con noi. Questa centralità di Dio deve, secondo me, apparire in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare ed operare. […] Questa è la prima cosa che vorrei sottolineare: che la fede in realtà guarda decisamente verso Dio, e così spinge pure noi a guardare verso Dio e a metterci in movimento verso di Lui».
Il Papa ha qui riproposto l ’invito rivoltoci all ’inizio della sua prima enciclica a ravvivare la nostra fede, riscoprendone il nucleo centrale e portante: «Abbiamo creduto all ’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All ’inizio dell ’essere cristiano non c ’è una decisione etica o una grande idea, bensì l ’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest ’avvenimento con le seguenti parole: ‘Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui... abbia la vita eterna ’ (3,16). Con la centralità dell ’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d ’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza» (Deus caritas est, 1).
In diverse occasioni Benedetto XVI ha illustrato con vigore la grandezza e la bellezza della nostra fede, per esempio alla vigilia della Giornata Mondiale della Gioventù del 2005 in un’intervista a Radio Vaticana, in cui disse: «Vorrei fare capire ai giovani che è bello essere cristiani! L ’idea generalmente diffusa è che i cristiani debbano osservare un ’immensità di comandamenti, divieti, principi e che quindi il cristianesimo sia qualcosa di faticoso e oppressivo da vivere e che si è più liberi senza tutti questi fardelli. Io invece vorrei mettere in chiaro che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello ma sono ali».
Il secondo punto cruciale menzionato dal Papa «è che non possiamo inventare noi stessi la fede componendola di pezzi ‘sostenibili ’, ma che crediamo insieme con la Chiesa. Non possiamo comprendere tutto ciò che insegna la Chiesa, non tutto deve essere presente in ogni vita. È però importante che siamo con-credenti nel grande Io della Chiesa, nel suo Noi vivente, trovandoci così nella grande comunità della fede, in quel grande soggetto, in cui il Tu di Dio e l ’Io dell ’uomo veramente si toccano […]. Questa forma completa della fede, espressa nel Credo, di una fede in e con la Chiesa come soggetto vivente, nel quale opera il Signore – questa forma di fede dovremmo cercare di mettere veramente al centro delle nostre attività» (Discorso inaugurale).
È ben nota la tendenza – oggi sempre più estesa – di preferire, al posto della fede che ci è trasmessa dalla Chiesa, una fede «fai da te» nella quale ognuno si sceglie ciò che più gli piace, come da un «menu à la carte». A ben vedere, ciò deriva da un duplice errore: la separazione fra Dio e Cristo e quella fra Cristo e la Chiesa. Ecco perché, come evidenzia il Catechismo della Chiesa Cattolica con una famosa citazione di san Cipriano, in senso pieno «nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre» (n. 181).
La fede, quale ferma adesione a quanto ci è proposto come tale dalla Chiesa, si fonda infatti sulla certezza che quest ’ultima è stata fondata da Cristo (Figlio del Padre) che, mediante l ’azione del suo Spirito, continua a sostenerla e a guidarla, affinché quanto Dio ha voluto rivelarci possa continuare a giungerci per tutti i secoli nella sua essenziale integralità. Si comprende così perché la fede, pur essendo – quale libera risposta dell ’uomo all ’iniziativa di Dio – un atto personale, «non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l ’esistenza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Lo stesso Catechismo aggiunge: «È innanzi tutto la Chiesa che, ovunque, confessa il Signore, e con essa e in essa, anche noi siamo trascinati e condotti a confessare: ‘Io credo ’, ‘Noi crediamo ’. Dalla Chiesa riceviamo la fede e la vita nuova in Cristo mediante il Battesimo» (n. 168). In sintesi si afferma quindi che «credere è un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede» (n. 181).
Non è difficile rendersi conto come il Papa abbia toccato qui un tema veramente cruciale per l ’odierna missione della Chiesa. Egli ci ha inoltre offerto alcuni spunti per rafforzare e ravvivare la nostra fede.Come ravvivare la fedeDi fronte al pericolo dell ’attivismo nel quale l ’impegno in svariate attività esterne tende a sostituire la fede, svuotandola dall ’interno, il Papa ritiene che dobbiamo impegnarci soprattutto «nell ’ascolto del Signore, nella preghiera, nella partecipazione intima ai sacramenti, nell ’imparare i sentimenti di Dio nel volto e nelle sofferenze degli uomini, per essere così contagiati dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore e per guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo» (Omelia). Benedetto XVI ha messo così in rilievo la connessione esistente tra la fede, la vita di preghiera e quella sacramentale. Non mi soffermo sull ’importanza e sulle caratteristiche della preghiera, poiché il tema sarà commentato da Padre Mauro-Giuseppe Lepori).
Vorrei far notare come la fede di cui parla il Pontefice non sia qualcosa di teorico, astratto o estraneo alla realtà della nostra vita quotidiana. Proprio per il fatto che la nostra fede ha il suo centro in Cristo, Verbo incarnato, essa deve trasformare la nostra vita, in modo tale che risultiamo contagiati «dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore» e deve portarci a «guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo».
Ciò era stato ben espresso da Giovanni Paolo II nell ’allocuzione che ha rivolto ai giovani in occasione del suo viaggio pastorale in Svizzera nel 1984. Sul piazzale accanto alla Basilica di Einsiedeln, il 15 giugno, egli definiva così la fede che dovrebbe animare un cristiano: «Essere a contatto con lo stesso Dio vivente fino alla fine della nostra vita e vivere la nostra esperienza con lui, da lui e per lui». Anche nell ’Allocuzione che rivolse al clero svizzero quello stesso giorno, Giovanni Paolo II non esitò ad affermare che «la fede è di primaria importanza» per affrontare «la sfida della secolarizzazione e dell ’indifferenza. […] Più il mondo si scristianizza, più ha bisogno di vedere, nella persona dei sacerdoti, questa fede radicale, che è come un faro nella notte, o la roccia sulla quale si appoggia».
Nella prospettiva di «rivitalizzare» la nostra fede, il Papa ne ha ricordato alcune caratteristiche: la fede ci permette di percepire la grandezza dell ’amore di Dio, è operativa e missionaria.La fede ci permette di percepire la grandezza dell'amore di DioNell ’omelia il Papa ha preso spunto dalla parabola che narra dell ’invito al banchetto e del rifiuto dei primi chiamati. Ma, ha fatto notare Benedetto XVI, Dio non «fallisce». Come indica la parabola, nella storia della salvezza Dio sembrava aver «fallito» in Adamo ed Eva, ma con Gesù «porta davvero l ’uomo a piegare le ginocchia, e così vince il mondo con il suo amore. […] La forza creatrice del suo amore è più grande del ‘no ’ umano. Con ogni ‘no ’ umano viene dispensata una nuova dimensione del suo amore, ed Egli trova una via nuova, più grande, per realizzare il suo sì all ’uomo, alla sua storia e alla creazione». Gesù si identifica con i sofferenti di ogni tempo e porta il grido dell ’abbandono «su fino al cuore di Dio stesso, e trasforma così il mondo». Egli sazia gli uomini in tutto il mondo, dando loro la sazietà di cui hanno bisogno: dona se stesso.
Di fronte a questa grandezza dell ’amore di Dio appare ancor più sorprendente il rifiuto da parte degli uomini. Il Papa ha riconosciuto nella cristianità occidentale i nuovi «primi invitati» che ora in gran parte disdicono, adducendo che non hanno tempo per venire dal Signore. «Conosciamo le chiese che diventano sempre più vuote, i seminari che continuano a svuotarsi, le case religiose che sono sempre più vuote; conosciamo tutte le forme nelle quali si presenta questo ‘no ’, ho altre cose importanti da fare».
Fra i motivi di tale situazione il Papa ha ricordato circostanze e fattori che portano le persone a pensare di non «avere più bisogno di altro per riempire totalmente il loro tempo e quindi la loro esistenza interiore». Con san Gregorio Magno egli ha spiegato la triste situazione in cui si trovano molte persone, osservando che «in realtà, non hanno mai fatto l ’esperienza di Dio; non hanno mai preso ‘gusto ’ di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere ‘toccati ’ da Dio! Manca loro questo ‘contatto ’ – e con ciò il ‘gusto di Dio ’. E solo se noi, per così dire, lo gustiamo, solo allora veniamo al banchetto».
Quando l ’uomo si lascia totalmente coinvolgere dalle cose materiali, con ciò che può fare e che gli porta successo, allora egli diventa incapace di percepire il Divino, «perché il corrispondente organo in lui si è inaridito» (Omelia). Questa perdita «del gusto di Dio» e questo deperire «dell ’organo volto a Dio» indicano fondamentalmente l ’indebolimento della fede. Appare quindi più che mai opportuno l ’appello del Papa a riscoprire la ricchezza della nostra fede che ci permette di percepire la grandezza dell ’amore di Dio, affinché si compia quanto auspicato dall ’Apostolo: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l ’ampiezza, la lunghezza, l ’altezza e la profondità, e conoscere l ’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).
Nel discorso conclusivo Benedetto XVI ha ribadito l ’importanza della fede, citando questa suggestiva frase di sant ’Ignazio: «Il cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza» (Lettera ai Romani 3,3) e l ’ha commentata in un modo quanto mai pertinente alla situazione della nostra Chiesa: «Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo luogo la sua grandezza».
A questo punto il Papa ha introdotto una significativa testimonianza: «Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande. Si trattava dell ’ordinazione delle donne, della contraccezione, dell ’aborto e di altri problemi come questi che ritornano in continuazione». Ed ecco la chiara lezione che Benedetto XVI trae da quell ’esperienza: «Se noi ci lasciamo tirare dentro queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po ’ fuori moda, e la vera grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni». Una lezione che non potrebbe essere più attuale proprio per la Svizzera.
In chiusura il Papa ribadisce l ’importanza di riscoprire la grandezza della fede, quando esorta a «non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel quale ci è dato l ’amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper ‘perdere la propria vita ’; dall ’altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in modo progressivo e nuovo».

Come ravvivare la fede

Di fronte al pericolo dell ’attivismo nel quale l ’impegno in svariate attività esterne tende a sostituire la fede, svuotandola dall ’interno, il Papa ritiene che dobbiamo impegnarci soprattutto «nell ’ascolto del Signore, nella preghiera, nella partecipazione intima ai sacramenti, nell ’imparare i sentimenti di Dio nel volto e nelle sofferenze degli uomini, per essere così contagiati dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore e per guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo» (Omelia). Benedetto XVI ha messo così in rilievo la connessione esistente tra la fede, la vita di preghiera e quella sacramentale. Non mi soffermo sull ’importanza e sulle caratteristiche della preghiera, poiché il tema sarà commentato da Padre Mauro-Giuseppe Lepori).
Vorrei far notare come la fede di cui parla il Pontefice non sia qualcosa di teorico, astratto o estraneo alla realtà della nostra vita quotidiana. Proprio per il fatto che la nostra fede ha il suo centro in Cristo, Verbo incarnato, essa deve trasformare la nostra vita, in modo tale che risultiamo contagiati «dalla sua gioia, dal suo zelo, dal suo amore» e deve portarci a «guardare con Lui, e partendo da Lui, il mondo».
Ciò era stato ben espresso da Giovanni Paolo II nell ’allocuzione che ha rivolto ai giovani in occasione del suo viaggio pastorale in Svizzera nel 1984. Sul piazzale accanto alla Basilica di Einsiedeln, il 15 giugno, egli definiva così la fede che dovrebbe animare un cristiano: «Essere a contatto con lo stesso Dio vivente fino alla fine della nostra vita e vivere la nostra esperienza con lui, da lui e per lui». Anche nell ’Allocuzione che rivolse al clero svizzero quello stesso giorno, Giovanni Paolo II non esitò ad affermare che «la fede è di primaria importanza» per affrontare «la sfida della secolarizzazione e dell ’indifferenza. […] Più il mondo si scristianizza, più ha bisogno di vedere, nella persona dei sacerdoti, questa fede radicale, che è come un faro nella notte, o la roccia sulla quale si appoggia».
Nella prospettiva di «rivitalizzare» la nostra fede, il Papa ne ha ricordato alcune caratteristiche: la fede ci permette di percepire la grandezza dell ’amore di Dio, è operativa e missionaria.

La fede ci permette di percepire la grandezza dell'amor di Dio

Nell ’omelia il Papa ha preso spunto dalla parabola che narra dell ’invito al banchetto e del rifiuto dei primi chiamati. Ma, ha fatto notare Benedetto XVI, Dio non «fallisce». Come indica la parabola, nella storia della salvezza Dio sembrava aver «fallito» in Adamo ed Eva, ma con Gesù «porta davvero l ’uomo a piegare le ginocchia, e così vince il mondo con il suo amore. […] La forza creatrice del suo amore è più grande del ‘no ’ umano. Con ogni ‘no ’ umano viene dispensata una nuova dimensione del suo amore, ed Egli trova una via nuova, più grande, per realizzare il suo sì all ’uomo, alla sua storia e alla creazione». Gesù si identifica con i sofferenti di ogni tempo e porta il grido dell ’abbandono «su fino al cuore di Dio stesso, e trasforma così il mondo». Egli sazia gli uomini in tutto il mondo, dando loro la sazietà di cui hanno bisogno: dona se stesso.
Di fronte a questa grandezza dell ’amore di Dio appare ancor più sorprendente il rifiuto da parte degli uomini. Il Papa ha riconosciuto nella cristianità occidentale i nuovi «primi invitati» che ora in gran parte disdicono, adducendo che non hanno tempo per venire dal Signore. «Conosciamo le chiese che diventano sempre più vuote, i seminari che continuano a svuotarsi, le case religiose che sono sempre più vuote; conosciamo tutte le forme nelle quali si presenta questo ‘no ’, ho altre cose importanti da fare».
Fra i motivi di tale situazione il Papa ha ricordato circostanze e fattori che portano le persone a pensare di non «avere più bisogno di altro per riempire totalmente il loro tempo e quindi la loro esistenza interiore». Con san Gregorio Magno egli ha spiegato la triste situazione in cui si trovano molte persone, osservando che «in realtà, non hanno mai fatto l ’esperienza di Dio; non hanno mai preso ‘gusto ’ di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere ‘toccati ’ da Dio! Manca loro questo ‘contatto ’ – e con ciò il ‘gusto di Dio ’. E solo se noi, per così dire, lo gustiamo, solo allora veniamo al banchetto».
Quando l ’uomo si lascia totalmente coinvolgere dalle cose materiali, con ciò che può fare e che gli porta successo, allora egli diventa incapace di percepire il Divino, «perché il corrispondente organo in lui si è inaridito» (Omelia). Questa perdita «del gusto di Dio» e questo deperire «dell ’organo volto a Dio» indicano fondamentalmente l ’indebolimento della fede. Appare quindi più che mai opportuno l ’appello del Papa a riscoprire la ricchezza della nostra fede che ci permette di percepire la grandezza dell ’amore di Dio, affinché si compia quanto auspicato dall ’Apostolo: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l ’ampiezza, la lunghezza, l ’altezza e la profondità, e conoscere l ’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).
Nel discorso conclusivo Benedetto XVI ha ribadito l ’importanza della fede, citando questa suggestiva frase di sant ’Ignazio: «Il cristianesimo non è opera di persuasione, ma di grandezza» (Lettera ai Romani 3,3) e l ’ha commentata in un modo quanto mai pertinente alla situazione della nostra Chiesa: «Non dovremmo permettere che la nostra fede sia resa vana dalle troppe discussioni su molteplici particolari meno importanti, ma aver invece sempre sotto gli occhi in primo luogo la sua grandezza».
A questo punto il Papa ha introdotto una significativa testimonianza: «Mi ricordo, quando negli anni ottanta-novanta andavo in Germania, mi si chiedevano delle interviste, e sempre sapevo già in anticipo le domande. Si trattava dell ’ordinazione delle donne, della contraccezione, dell ’aborto e di altri problemi come questi che ritornano in continuazione». Ed ecco la chiara lezione che Benedetto XVI trae da quell ’esperienza: «Se noi ci lasciamo tirare dentro queste discussioni, allora si identifica la Chiesa con alcuni comandamenti o divieti e noi facciamo la figura di moralisti con alcune convinzioni un po ’ fuori moda, e la vera grandezza della fede non appare minimamente. Perciò ritengo cosa fondamentale mettere sempre di nuovo in rilievo la grandezza della nostra fede – un impegno dal quale non dobbiamo permettere che ci distolgano simili situazioni». Una lezione che non potrebbe essere più attuale proprio per la Svizzera.
In chiusura il Papa ribadisce l ’importanza di riscoprire la grandezza della fede, quando esorta a «non far apparire il cristianesimo come semplice moralismo, ma come dono nel quale ci è dato l ’amore che ci sostiene e ci fornisce poi la forza necessaria per saper ‘perdere la propria vita ’; dall ’altra, in questo contesto di amore donato, progredire anche verso le concretizzazioni, per le quali il fondamento ci è sempre offerto dal Decalogo che, con Cristo e con la Chiesa, dobbiamo leggere in questo tempo in modo progressivo e nuovo».

La vera fede è operativa

Della fede, oltre la grandezza, il Papa ha ricordato un altro aspetto: la sua operatività, il suo manifestarsi nelle opere. Egli ha infatti osservato che noi viviamo «davanti a Lui, in vista di Lui, nell ’essere-con Lui e da Lui. […] Questa centralità di Dio deve, secondo me, apparire in modo completamente nuovo in tutto il nostro pensare ed operare» (Discorso inaugurale).
La stessa idea è stata ripresa dal Papa in diverse occasioni. Nell ’Omelia, quando ha affermato che è la fede ciò che «dà anima anche al nostro operare». Più avanti, quando ha ribadito: «Questo, oggi, è importante. Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che – tutti – non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo». Il tema della centralità di Dio, e quindi della fede, è tato ripreso nel discorso inaugurale quando ha riconosciuto in essa «ciò che anima anche le attività che, in caso contrario, possono facilmente decadere in attivismo e diventare vuote. Questa è la prima cosa che vorrei sottolineare: che la fede in realtà guarda decisamente verso Dio, e così spinge pure noi a guardare verso Dio e a metterci in movimento verso di Lui».
Il tema del rapporto tra la vita e la fede è strettamente collegato con altre due questioni che stanno particolarmente a cuore a Benedetto XVI: il rapporto fra il Gesù storico e il Cristo della fede e il rapporto fra ragione e fede. La profonda convinzione del Papa che in questi rapporti non solo non ci sia contrapposizione, ma una fruttuosa integrazione, ha molteplici conseguenze anche operative, come egli ha indicato nel discorso inaugurale quando ha fatto notare: «Il Concilio, la Dei Verbum, ci ha detto che il metodo storico-critico è una dimensione essenziale dell ’esegesi, perché fa parte della natura della fede dal momento che essa è factum historicum. Non crediamo semplicemente a un ’idea; il cristianesimo non è una filosofia, ma un avvenimento che Dio ha posto in questo mondo, è una storia che Egli in modo reale ha formato e forma come storia insieme con noi. Per questo, nella nostra lettura della Bibbia l ’aspetto storico deve veramente essere presente nella sua serietà ed esigenza: dobbiamo effettivamente riconoscere l ’evento e, appunto, questo ‘fare storia ’ da parte di Dio nel suo operare».
L ’opposizione tra il Gesù storico e il Cristo della fede è stata sagacemente definita da SER Mons. Giuseppe Betori «una delle eredità più negative della modernità, che non smette di produrre anche oggi i suoi frutti perversi, sia all ’interno dell ’esperienza di fede sia nel dialogo con la cultura contemporanea. Proprio l ’unità tra il piano della storia e quello della fede è invece elemento determinante dell ’autenticità della fede da una parte e fattore di coerenza per un approccio che voglia essere veramente storico, come continua a ricordarci il Santo Padre con il suo richiamo all ’allargamento della ragione» (Quel Cristo ridotto a un ’idea, in «Avvenire», 22.II.07, p. 31).

La fede deve essere missionaria

Un aspetto importante dell ’operatività della fede è la sua missionarietà. Una fede piena e coerente non può non manifestarsi nelle opere e spingere all ’impegno per diffonderla intorno a noi. La fede è infatti, come ogni realtà della vita cristiana, un dono ed un compito, una missione. La fede non può essere «nascosta sotto terra» come fece quell ’individuo che, nella parabola di Gesù, aveva ricevuto un talento. La fede deve crescere e svilupparsi, facendo di tutta la nostra vita un atto di fede; essa deve inoltre portare frutti al servizio del Regno di Dio. È quanto insegna i l Catechismo della Chiesa Cattolica, quando osserva che «il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri» (n. 166). Uno dei principali aspetti della missione dei cristiani è oggi quello di far sì che tanti battezzati passino da una «fede di consuetudine» o superficiale, ad una fede che quale scelta personale, pensata, convinta, impegnata e testimoniante.
Non è difficile vedere anche in ciò un tema quanto mai attuale per la Chiesa in Svizzera. Anche qui non è mancata una chiara esortazione del Papa, ricordandoci che «deve nuovamente farsi forte in noi la responsabilità missionaria: se siamo lieti della nostra fede, ci sentiamo obbligati a parlarne agli altri. Sta poi nelle mani di Dio in che misura gli uomini potranno accoglierla» (Discorso inaugurale).
Dovremmo tutti – sacerdoti, laici e religiosi – chiederci se non abbiamo lasciato che la nostra fede si affievolisse, diventando una realtà ripetitiva, stanca, adagiata, priva di smalto e ripiegata su se stessa. Forse la nostra fede è un po ’ «ritualistica», avulsa dalla vita quotidiana e non è quella gioiosa e impegnata risposta personale all ’amore di Dio per noi. L ’ambiente che ci circonda è spesso impermeabile, sordo, estraneo e persino ostile al Vangelo. È quindi più che mai urgente testimoniarlo e annunciarlo con forza, con convinzione e con gioia, poiché non esiste dono più bello e più grande di cui gli uomini possano godere.

*          *          *

Benedetto XVI ci ha indicato obiettivi, ci ha rivolto esortazioni e appelli opportuni e puntuali, ma che sono difficili da compiere, ai quali non è facile rispondere. Qualcuno potrebbe forse pensare che ci si chiede troppo, che tutto ciò è superiore alle nostre forze. Ne era probabilmente consapevole il Papa quando, al termine dell ’Omelia, ha invocato lo Spirito Santo, «affinché irrighi, scaldi, raddrizzi, affinché ci pervada con la forza della sua sacra fiamma e rinnovi la terra».